di Nico
Credevate di aver visto tutto in fatto di neo-musei napoletani? E invece, mentre il PAN ha un’identità sempre più nebulosa ed il MADRE s’invischia ogni settimana in una polemica diversa, la proverbiale inventiva napoletana non conosce ostacoli… ed ecco a voi il Museo del Novecento!
Ultima creatura del vulcanico (chi lo conosce, non poteva immaginarlo davvero quiescente) ex Soprintendente Nicola Spinosa, strutturato grazie al lavoro costante della direttrice Angela Tecce, è stato allestito un po’ “alla chetichella” nelle carceri alte di Castel Sant’Elmo, in barba alla sfiducia generale e a tutti i finanziamenti chiesti, ma poi arrivati solo sul gong dalla Regione Campania e dai privati. Recuperato a pieno il silenzio stampa della preparazione, si è detto ormai tutto del museo che copre il periodo storico (1910 – 1980) più misconosciuto dalle istituzioni napoletane, quindi mi si perdonerà se non mi dilungo sulla lista delle chiamate. Resta la vera domanda: se ne sentiva il bisogno?
Dal punto di vista della Soprintendenza, è chiaro che la “vecchia scuola” impone completezza storica ed è evidente che tra Capodimonte e MADRE ci fosse un salto generazionale notevole, per cui come non trovare un posticino per una parte troppo trascurata del nostro Futurismo, come pure per l’effervescenza del dopoguerra con il Gruppo Sud, il M.A.C. ed il Gruppo ’58? Tuttavia l’allestimento, qua e là… per eccessiva compendiosità, si sofferma su figure di cui non avremmo tanto sentito la mancanza o che hanno già avuto altre occasioni (gli anni ’80 di Lucio Amelio sono meglio rappresentati altrove).
Comunque non è il caso di mettere il carro avanti ai buoi, non si può ignorare il tanto sbanderiato slogan del “museo in progress”! Altri spazi in vista dell’ampliamento di una collezione auspicabilmente più stabile, finora raccolta per la maggior parte grazie a prestiti e comodati tra istituzioni (GNAM, MART) e famiglie degli artisti. Sono state queste ultime ad avere il ruolo da protagoniste in un opening affollatissimo e congestionato da un pubblico più eterogeneo di vecchi amici che si rincontravano.
Se allora torniamo alle origini dell’istituzione del museo come luogo in cui la città si riconosce nella propria storia, è un buon punto di partenza. Come guadagnare un ruolo significativo per una platea più ampia di quella locale e come superare il battesimo di fuoco di una gestione ordinaria equilibrata, che ultimamente sembra essere il miraggio di tutte le strutture già esistenti, è tutto da vedere. Auguri!
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